Risarcimento del malato terminale: devo pagare l’avvocato anche senza averlo ricevuto?

La vicenda che stiamo per descrivere è una di quelle che nessuno vorrebbe mai vivere personalmente, ma che tuttavia, purtroppo, può sempre capitare. Il protagonista è il figlio di un malato terminale lasciato in balia delle sofferenze perché il medico non ha acconsentito a somministrargli le cure palliative nemmeno quando sono sopraggiunti i rantoli della morte. Ovviamente questo si è delineato come un abuso e pertanto è stato richiesto un risarcimento del danno. Purtroppo però il risarcimento non è ancora stato erogato al richiedente che però, nel frattempo, ha ricevuto una pesante parcella da parte dell’avvocato. Come ci si deve regolare in questi casi? Si deve pagare o si deve attendere che arrivi il risarcimento?

Malato terminale, nessun palliativo

Abbiamo già affrontato il tema delle cure palliative per il malato terminale. Queste, secondo le disposizioni attuali, devono essere assolutamente offerte al paziente che ne faccia richiesta. Ogni paziente ha diritto di affrontare con dignità le fasi del malato terminale, fasi che non sono solo dure da vivere dal punto di vista psicologico, ma anche molto dolorose quando lo stadio della malattia avanza. Proprio in virtù dei dolori del malato terminale, le disposizioni attuali prevedono che tali cure vengano somministrate anche a domicilio.

Nella vicenda che stiamo trattando qui, però, un medico obiettore di coscienza si è rifiutato di offrire queste cure al suo paziente oncologico che si trovava allo stadio terminale della malattia. L’uomo è così deceduto tra sofferenze indicibili, con il conseguente strazio dei parenti che hanno assistito alla sua sofferenza.

Il diritto del malato

Prima di proseguire con la vicenda dobbiamo dare qualche definizione. La Corte Costituzionale ha definito già dal 2000 la dignità del paziente come un valore costituzionale, diritto irrinunciabile e assoluto e che tutti i medici devono rispettare. Il diritto ai trattamenti palliativi è stato normato dalla Legge n. 38 del 2010, ma anche nel 1995 il Comitato Nazionale di Bioetica si era espresso in tal senso. Inoltre perfino il codice deontologico dei medici indica quali sono i comportamenti idonei da parte dei medici per poter evitare sofferenze fisiche al paziente terminale.

Ancora oggi, purtroppo, tale diritto alle cure palliative non viene sempre rispettato, ci sono numerose denunce da parte dei pazienti o dei parenti di quei pazienti deceduti, come nel caso che stiamo esaminando. Negare la somministrazione delle cure palliative, come per esempio la somministrazione di morfina, cagiona un danno, nello specifico biologico e morale. Chiaramente tale danno va esteso anche ai parenti che si trovano impotenti davanti alla sofferenza del proprio caro.

Se c’è il danno c’è il risarcimento

Tornando alla nostra vicenda, il figlio del paziente terminale, una volta defunto il padre, ha dunque esercitato il suo diritto di fare richiesta del risarcimento cagionato, ma l’azione è stata intrapresa solo nei confronti del medico e non dell’intera struttura ospedaliera come è facoltà richiedere da parte del danneggiato. La richiesta del risarcimento del danno, quindi, si può impostare come una causa per malasanità.

Come tutte le cause, però, i tempi di svolgimento possono essere anche molto lunghi. In questo caso, poiché il fatto è accaduto in una grande città dove i tribunali sono oberati di cause, i tempi si erano notevolmente dilatati. Nel frattempo il medico era sparito, si pensa che sia partito all’estero ma non si è ancora riusciti a rintracciarlo. Conclusa la causa con la vittoria del figlio del paziente deceduto, questi non è riuscito a ottenere il risarcimento danni in quanto il medico non aveva più pagato il premio della polizza obbligatoria.

Ci si è ritrovati così davanti al grosso problema di dover recuperare un credito, cosa non facile in questo caso.

La parcella dell’avvocato deve essere pagata

In aggiunta a tutto questo è arrivata anche la parcella dell’avvocato che si è occupato della causa. Chiaramente il legale deve ricevere il suo onorario anche se il cliente non è ancora stato risarcito. Il legale, sebbene possa sembrare non proprio corretto, non ha alcuna colpa del mancato incasso del risarcimento, tuttavia, poiché lui ha svolto un lavoro deve ricevere quanto gli spetta.

Il dubbio sollevato dal cliente però si basava sul fatto che gli accordi presi tra le due parti prevedevano che l’avvocato avrebbe incassato il 10% della somma totale del risarcimento. E qui ci troviamo davanti a un problema di contratto. Questa formula, che oggi viene utilizzata da diversi avvocati, prevede infatti che il legale incassi una percentuale della somma ottenuta con la vittoria della causa, tuttavia non è responsabile del fatto che, nonostante la vittoria della causa, la somma dovuta non sia stata erogata. L’avvocato ha comunque diritto a pretendere il pagamento della sua prestazione.

Inutile dire che sarebbe stato più opportuno fare una panoramica di tutte le eventuali possibilità al cliente, quindi paventare anche la circostanza che poi, di fatto, si è prospettata, quindi che il risarcimento, pur spettante, non sia stato erogato dalla parte perdente. Al massimo il consiglio è quello di chiedere al proprio legale un dilazionamento della somma dovuta, ma sia ben chiaro, non è obbligato a concederla.

Ovviamente tutte queste circostanze risultano piuttosto antipatiche in tale situazione luttuosa, ma dal punto di vista legale non vi sono errori di sorta da parte dell’avvocato.

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