cure palliative

Risarcimento degli eredi per danno da morte

Quando si parla di malasanità, purtroppo, si aprono scenari che nessuno di noi vorrebbe mai conoscere. Eppure sempre più episodi accadono quotidianamente e sempre più spesso si parla di tematiche scottanti quali diritto del malato, eutanasia, cure palliative o cure alternative, accanimento terapeutico. Perché la malasanità non è fatta solo di errori, omesse diagnosi, carenze strutturali degli ospedali. Malasanità è anche imporre scelte mediche al malato che non le ha richieste. Malasanità è negare delle cure palliative al malato terminale, e proprio di questo vogliamo parlare in questo post, in modo da fare chiarezza su quelle che sono le possibilità di scelta del paziente e i suoi diritti allo stato attuale delle cose.

Malato terminale, il diritto a non soffrire

Prima di procedere vediamo un po’ qual è la definizione di malato terminale. Secondo il dizionario, malato terminale è colui che “entra nella fase irreversibile di una malattia mortale”.

Nel caso di malattie per le quali tutte le terapie sono ormai inutili, quindi in fase terminale, si può ricorrere alle cure palliative per poter stabilizzare la malattia e prolungare, ove possibile, la vita, oltre naturalmente per lenire i dolori del malato terminale. Il paziente ha così diritto a non soffrire, con la pretesa di mantenere la qualità della vita restante accettabile. Di questo diritto inalienabile in Italia, rispetto al resto del mondo si parla ancora troppo poco, quasi fosse un tabù.

Le cure palliative constano di un insieme di trattamenti diagnostici, terapeutici e assistenziali rivolti soprattutto al malato, ma che sono rivolte anche al nucleo familiare. A disciplinare questi trattamenti è la legge 38 del 15 marzo del 2010 e che norma, appunto, le cure palliative e le terapie del dolore per tutte le fasi del malato terminale e in qualsiasi fascia d’età. Ogni singolo Stato, quindi, secondo il Consiglio d’Europa, dovrà garantire la prestazione di tali cure e assicurarsi che tutti i malati terminali vi abbiano accesso.

Gli Stati devono inoltre verificare che i parenti e gli amici siano adeguatamente supportati al fine di accompagnare il paziente terminale fino alla morte e prevedere, nel caso i parenti e gli amici non siano in grado, di fornire forme alternative e professionali di sostegno al paziente. Devono anche fornire un’efficiente assistenza a domicilio. Inoltre devono essere garantiti inoltre eventuali trattamenti palliativi, purché il paziente lo consenta, anche se di fatto abbreviano la vita dello stesso.

Un’altra incombenza che spetta agli Stati è quella di fare in modo che per lo meno in ogni grande ospedale sia predisposto un Centro di cure palliative. Vanno inoltre sensibilizzati i cittadini per quanto riguarda il tema della medicina palliativa.

Se i medici oppongono resistenza

Quindi abbiamo una certezza, le cure palliative sono un diritto e sono normate. Eppure, nonostante questo, si incontrano ancora, al giorno d’oggi, moltissime resistenze, perfino in quei Paesi che hanno ormai raggiunto un elevato livello di gestione della sofferenza del malato terminale. Vi sono infatti alcuni operatori e del diritto e della medicina che pensano ancora di poter applicare il loro personale discernimento al singolo caso.

Il problema fuorviante della questione è la possibilità che un determinato trattamento palliativo sia potenzialmente letale e abbrevi, a volte anche di parecchio, la vita del paziente terminale. Di cosa si tratta? Si tratta di trattamenti, per esempio oppiacei, che vengono somministrati in quelle situazioni definite talmente gravi e di grave malessere e sofferenza, da richiedere un’intensificazione del trattamento medesimo. La dose concentrata e massiccia di oppioidi ha come effetto – talvolta – quello di accelerare la morte del paziente.

La teoria del doppio effetto

Questa teoria è stata elaborata al fine di rendere lecita la messa in pratica di trattamenti palliativi anche laddove avessero conseguenze normalmente inaccettabili ma che di fatto, non essendo cagionate in modo deliberato, divengono accettabili. Sarebbero quindi da ritenere deliberate nel caso in cui queste fossero oggetto principale del progetto d’intervento. Seguendo questo ragionamento, la somministrazione di cure palliative, anche ad alto livello, o invasive, di oppioidi ai pazienti terminali, viene ritenuta legittima, anche se appaia prevedibile che questo possa cagionare al paziente un accelerazione del sopraggiungere della morte.

Per poter soddisfare la teoria del doppio effetto devono però essere soddisfatti 5 requisiti:

  • L’atto è raccomandato o moralmente neutro, somministrazione della morfina;
  • Ci si pone il solo obiettivo positivo, quindi ridurre le sofferenze del paziente, non quello negativo, quindi cagionare la morte del paziente;
  • La buona finalità non viene perseguita seguendo quella cattiva, quindi non si riduce la sofferenza del paziente accelerandone la morte;
  • Sussiste una ragione valida in proporzione al rischio che induce al voler affrontare il rischio dell’effetto negativo.
  • Il paziente dovrà sempre essere perfettamente informato su quelli che sono i rischi e i pericoli di un determinato trattamento palliativo, inoltre, laddove questo sia possibile, egli dovrà esprimere esplicito consenso a tale riguardo.

Il trattamento del dolore in Italia

cure palliativeDal punto di vista della nostra Costituzione, il diritto a non soffrire trova ampio accoglimento, laddove si proclama la tutela dei diritti inviolabili dell’individuo e che, a grandi linee, sanciscono anche quelli che sono i principi del rispetto della dignità della persona. Il mancato ricorso agli strumenti che attualmente sono in nostro possesso per lenire le sofferenze del malato terminale costituisce un attentato a questa particolare prerogativa del malato.

A riguardo va preso in esame anche l’art. 37 del codice deontologico medico del 1998 nel quale si afferma che, in presenza di malattie con una prognosi certamente negativa, o che sia a ogni modo giunta alla sua fase terminale, il medico dovrà orientarsi operando al fine di offrire sostegno morale e di erogare ogni terapia che sia necessaria a lenire il dolore del malato terminale, così come a fornire quanto necessario per preservare la qualità della vita rimanente del paziente.

Vi sono però ancora numerose resistenze in Italia dovute principalmente a fattori culturali che vedono il dolore come un sintomo della malattia e che per tanto non deve essere combattuto in quanto fine a se stesso. Ci sono poche strutture ospedaliere idonee e con le attrezzature adeguate per accogliere i malati terminali che desiderano trattare il dolore con le terapie adatte e, ultimo ma non ultimo, ben pochi fondi vengono investiti nella ricerca in tal senso.  Anche l’utilizzo di farmaci oppioidi ha sollevato non poche controversie.

Dolore e non solo

Fortunatamente, nonostante tutti questi impedimenti, negli ultimi anni sono state fatte grosse scoperte sul dolore e sulle relative terapie della sofferenza. Secondo i dati, la causa più frequente di dolore nei pazienti neoplasici è proprio la diffusione del tumore che va a coinvolgere plessi nervosi, nervi, di peritoneo e pleura. Ma sei il dolore delle volte è davvero inaccettabile, questo non è l’unico motivo per il paziente in fase terminale di richiedere adeguata assistenza per avere un’esistenza dignitosa.

Altro fattore mortificante è il vomito, che sopraggiunge nel 60% circa dei pazienti in fase terminale, ma anche la dispnea, con relativa sensazione di soffocamento. Solo la morfina in questo caso sembra avere una qualche utilità per ridurre la sofferenza respiratoria deprimendo appunto il centro del respiro. Ma essere inquietanti sono i dati forniti dall’OMS che indicano come nell’80% dei casi circa, il paziente in fase terminale per neoplasia, non viene trattato nel modo adeguato per quanto concerne il dolore.

Il dolore non viene trattato? Si commette un illecito

Se le cure palliative non vengono erogate al malato terminale si commette un illecito, pertanto condannabile e il danno che ne scaturisce è motivo di risarcimento danni.

Purtroppo ancora oggi, come già abbiamo anticipato prima, vi sono medici che per il personale credo religioso, morale o umano, negano al malato terminale cure palliative che gli consentano di morire serenamente e dignitosamente. Emblematico a tale proposito un caso accaduto a Bologna e giudicato dal relativo Tribunale. La sentenza? Medico e ospedale condannati a risarcire gli eredi del paziente che, evidentemente, è mancato.

Il protagonista era un paziente oncologico terminale che era stato ricoverato a causa della comparsa di dispnea, difficoltà respiratorie importanti, che erano peggiorate nel corso dei giorni. Appena ricoverato, le condizioni del paziente non sembravano necessitare di cure palliative, ma dopo una settimana di degenza le condizioni erano ben cambiate e il paziente mostrava un quadro clinico tale che richiedeva tali trattamenti. Questi però non venivano somministrati.

cure palliative01In seguito alla morte del malato i familiari presentavano denuncia contro il medico e l’ospedale, mettendo in rilievo come le cure palliative erano state negate intenzionalmente dal medico primario a causa di sue specifiche condizioni etiche.

Il CTU rilevava quindi che il paziente, negli ultimi giorni di vita, necessitava assolutamente di cure palliative dato che la difficoltà respiratoria era sempre più evidente e accompagnata anche da agitazione psicomotoria con la quale il paziente chiedeva di morire. La conclusione del CTU era dunque che i sanitari del nosocomio bolognese avevano violato le Linee Guida relative a simili circostanze e che tra sofferenza patita dal paziente e mancata erogazione delle cure palliative vi era una correlazione causale.

Il Giudice, dunque, aveva preso atto della normativa, la legge n° 38 del 2010, che obbliga le strutture sanitarie a prestare assistenza ai pazienti e ai loro familiari al fine di tutelarne la dignità (del malato) e migliorarne la qualità della vita fino al termine di essa.

A essere stato risarcito dunque, è stato il danno morale, che ristora la lesione alla dignità della persona in conseguenza alla sofferenza subita ingiustamente negli ultimi giorni di vita per non aver potuto fruire dei trattamenti palliativi. Il danno non può essere ascritto all’ambito del danno non patrimoniale biologico, ma bensì va inteso come danno morale per l’ingiusta sofferenza patita.

Il risarcimento danni viene quindi liquidato alla vedova e ai figli della vittima secondo le Tabelle di Milano del 2016 dove vi è anche una sezione dedicata alla stima del danno terminale. Inoltre, la vedova ha ottenuto un risarcimento iure proprio per il danno biologico subito a causa delle sofferenze del coniuge alla quale la stessa donna aveva assistito senza poter fare nulla.

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