malasanità

Malpractice medica: cos’è?

Spesso si sente parlare di malpractise medica, ma non tutti hanno chiaro il significato di questo termine anglosassone che riconduce al concetto di malasanità in lingua italiana. Prima di addentrarci nello specifico però occorre chiarire che quando si parla di medicina, si parla di una scienza che non è sempre esatta come in molti sostengono e non può essere esatta in quanto non si tratta di mera teoria, ma studi basati su casi di studio. Tali casi di studio si basano a loro volta sulle singole persone e poiché ogni individuo ha una sua peculiarità e un suo comportamento davanti alle patologie e alle cure, non si può asserire che la medicina si basi su risultati assoluti. Detto questo, resta la realtà di evidenti casi di malasanità dovuti ad abusi, omissioni, leggerezze, carenze strutturali e mancanza di deontologia e professionalità.  In tutti questi casi chiunque si ritenga vittima di un errore medico o di malasanità ha diritto al risarcimento danni.

Risarcimento danni e malpractise medica, iniziamo a fare luce

errore medicoIniziamo col chiarire il significato del termine medical malpractise. Come detto si tratta di un termine anglosassone che semplicemente traduce il nostro malasanità. Ma quando si incorre in questo caso? Quando abbiamo un soggetto che fa ricorso a un servizio medico (cure) e un soggetto erogatore (medico, struttura ospedaliera) che per diversi motivi non rispettano le linee guida e cagionano un danno al richiedente la prestazione. Facciamo un esempio. Se un paziente affetto da una determinata patologia, poniamo un braccio fratturato, si reca al pronto soccorso e riceve una visita frettolosa per cui la diagnosi è errata, magari non viene effettuata una lastra, oppure deve attendere troppe ore per essere visitato e il suo caso si aggrava, si rientra in un caso di malasanità.

Le cause della malpractise in sanità sono quindi imputabili sia alle carenze strutturali che a un’omessa o errata diagnosi. Nel primo caso si parla di una competenza inadeguata, quindi di una struttura carente, strumentazione carente o inefficiente, personale carente. Nel secondo caso, invece, si parla di errore  medico, quindi di una diagnosi sbagliata, non conforme al caso, frettolosa, senza adeguate indagini, in ritardo, nonché trattamenti che peggiorano la situazione del paziente, a volte in modo irreversibile, come per esempio quando si viene operati a un arto invece che a un altro.

Non cambia molto il discorso per quanto riguarda la malpractise infermieristica. In base al decreto 739/94 l’infermiere (oggi in possesso di laurea triennale e iscrizione al Collegio Ipasvi) è un professionista intellettuale, autonomo, competente e responsabile e che in quanto tale agisce individualmente o collaborando con altri operatori sanitari o sociali al fine di identificare i bisogni di salute di una persona o della collettività, nonché i bisogni di assistenza infermieristica. Il professionista svolge quindi la sua attività nelle strutture sanitarie private o pubbliche o anche a domicilio come libero professionista. In seguito alla legge 42/1999 l’infermiere ha assunto una maggiore autonomia dal punto di vista dell’operatività, e di conseguenza ha anche una maggiore responsabilità, quindi il rischio di denuncia per malpractise infermieristica. Ma quali sono le cause di questo tipo di malasanità imputabile agli infermieri? Ebbene, in questo caso all’origine vi può essere

  • un sovraccarico di lavoro
  • errori o carenze nella documentazione clinica del paziente
  • mancanza di significativa comunicazione tra l’equipe sanitaria
  • preparazione insufficiente del professionista

La paura dei medici e la Legge Balduzzi

Ovviamente i casi di malasanità, che non sono proprio pochi, hanno portato delle conseguenze a livello sia civile che penale sia per i medici che per le strutture ospedaliere. Molti professionisti hanno così iniziato ad attenersi scrupolosamente, talvolta anche in modo eccessivo, alle linee guida. In questo modo si è persa quella che è l’empatia tra medico e paziente e, soprattutto, si è persa la vera arte medica, quella che faceva una vera distinzione tra individui e diversa reazione a cure e patologie. Tutto questo perché i sanitari erano tenuti a risarcire danni anche ingenti per il solo fatto di essere entrati in contatto col paziente, senza che il danno fosse davvero imputabile a loro. Siamo così entrati nell’ambito di quella che viene chiamata medicina difensiva.

In questo frangente, la malpractise medica deve essere coperta da un’assicurazione. Per la giurisprudenza le responsabilità della struttura sanitaria e del medico, suo dipendente, sono equiparabili. Cosa comporta questo? Che il professionista che lavora come dipendente è costretto ad avere una polizza assicurativa e quindi a pagare premi che diventano sempre più elevati, arrivando a raggiungere anche migliaia di euro all’anno, avvantaggiando così i professionisti sanitari che lavorano in proprio. Inoltre, tutto questo, non solo ha peggiorato le prestazioni sanitarie offerte, sempre più standardizzate, ma non ha avvantaggiato in alcun modo i pazienti danneggiati.

La Legge Balduzzi, in tal senso, si è prefissata di porre rimedio a questa situazione. L’obiettivo posto è quello di addurre la responsabilità del medico ospedaliero – se non ha un contratto d’opera col paziente – all’ambito della responsabilità extracontrattuale. In questo modo la responsabilità ricade solo sulla struttura ospedalieraquello che è il costo dell’attività d’impresa tra cui rientrano anche gli oneri dell’assicurazione, nonché il rischio che rappresenta tipicamente il danno cagionato al paziente. Cosa dice la Legge Balduzzi? Secondo l’art. 3 comma 1 della suddetta Legge, si identifica sub art. 2043 c.c la responsabilità del medico per condotte che non costituiscono inadempimenti di un contratto d’opera.

In questo modo il medico è obbligato a risarcire il paziente solo nel caso in cui vengano provati tutti gli elementi che costituiscono l’illecito aquiliano, in poche parole l’onere della prova spetta ora al paziente. La responsabilità della struttura sanitaria, sia pubblica che privata, rimane invece di tipo contrattuale, ex art. 1218 c.c., quindi una modalità molto più favorevole al paziente – danneggiato. In questo modo, con questa legge, si pensava di arginare il fenomeno della medicina difensiva senza cagionare danno alcuno al paziente danneggiato e il medico era parte in causa solo nel caso avesse cagionato un danno per colpa grave.

La rivoluzione della Legge Gelli

La Legge Gelli, legge 24 del 2017, attua una vera rivoluzione in ambito sanitario e va a chiarire alcuni aspetti della Legge Balduzzi che erano rimasti oscuri o non ben definiti. Sono tante le novità introdotte dalla Legge Gelli che aveva come obiettivo quello di migliorare le regole del contenzioso civile e penale che ha come oggetto la responsabilità medica, in modo da poter attuare anche un sistema di risarcimento ai pazienti danneggiati ancora più efficace. La Legge quindi opera su tre fronti: penale, civile e amministrativo.

  • In ambito amministrativo viene creata la figura del Garante del diritto alla salute (art. 2) che potrà essere richiesto gratuitamente dai destinatari delle prestazioni sanitarie per eventuali segnalazioni anche anonime di disfunzioni del sistema sanitario e sociosanitario, figura che potrà quindi agire a tutela del richiedente la prestazione. Viene poi istituito un Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente in ogni regione, senza alcun onere ulteriore, che ha come compito quello di raccogliere i dati regionali su rischi ed eventuali eventi avversi inerenti il contenzioso per poi trasmetterli all’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza in sanità (organo istituito e disciplinato secondo art. 3). Vi sono poi obblighi di trasparenza per quanto riguarda le prestazioni sanitarie erogate dalle strutture pubbliche e private secondo i quali (art. 4) la direzione sanitaria è obbligata a fornire in tempi rapidi  tutta la documentazione sanitaria inerente il paziente.
  • Per quanto concerne le modifiche in ambito penale, l’art. 5 regola quella che è la responsabilità penale degli esercenti la professione sanitaria. Si stabilisce quindi che tali soggetti debbano attenersi alle buone pratiche clinico-assistenziali raccomandate dalle linee guida, regolate da Decreto ministeriale e inserite nel Sistema nazionale per le linee guida.Veniamo ora a quella che è la responsabilità del medico dal punto di vista penale. Fino all’applicazione della Legge Balduzzi, a determinare la colpa penale era il solo art. 43 del codice penale. Conseguenza di ciò era che anche la colpa lieve poteva assumere una certa rilevanza criminale. In questo modo il contenzioso passivo nei confronti dei medici era aumentato notevolmente così come le condanne penali. Dal 2012, con la Legge Balduzzi (l.n. 189/2012) si prevedevano due requisiti per determinare l’irrilevanza penale del fatto illecito colposo commesso dal medico. Quindi avevamo da una parte il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, dall’altra l’assenza di grave colpa. Ma non era tutto così chiaro come poteva sembrare. In seguito alla Legge Gelli è stato abrogato l’art. 3 ed è stato modificato l’art. 590-sexies c.p. “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”. Scompare quindi ogni riferimento al concetto di colpa grave, mentre resta il rispetto delle linee guida e buone pratiche.
  • Nell’ambito civile, invece, mediante l’art. 7 viene stabilito che vi sia una partizione delle responsabilità tra ente ospedaliero e medico. La struttura ospedaliera ha dunque una responsabilità contrattuale (ex art. 1218 cod. civ.,) mentre il medico risponde in via extracontrattuale se non ha in essere un’obbligazione contrattuale con il paziente.

mediciTra le altre novità, (art. 8) anche l’obbligo di tentare una conciliazione tra l’assicurazione che deve risarcire il danno per conto di chi lo ha cagionato e il soggetto danneggiato. Per tale motivo l’assicurazione per la responsabilità contrattuale è obbligatoria sia verso terzi che verso i prestatori d’opera. Vi è inoltre l’obbligo di sottoscrivere una polizza (sempre per quanto riguarda le strutture sanitarie pubbliche o private)  per la copertura della responsabilità verso terzi e verso gli esercenti le professioni sanitarie. Anche il professionista sanitario è obbligato a sottoscrivere una polizza assicurativa se svolge la professione al di fuori delle citate strutture.

Per quanto riguarda la prescrizione della malpractise medica, resta il termine generale di 10 anni (tranne in casi specifici in cui si riduce a 5)  per presentare la richiesta di risarcimento danni .

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